Gli undici consiglieri eletti con la maggioranza De Nicolis sono divisi. Otto sono ancora col sindaco e tre sono in posizione di aperto dissidio. Se i tre si dimettessero coi sei della maggioranza, gli organi verrebbero sciolti e si tornerebbe ad elezioni anticipate. Parimenti, se i tre al prossimo Consiglio comunale (che si terrà il 6 maggio prossimo) votassero con la minoranza contro l’ approvazione del bilancio consuntivo, gli organi verrebbero sciolti e si tornerebbe ad elezioni anticipate.
E non sarebbe la prima volta nella storia cittadina, ma la quinta.
Ripercorriamo gli scioglimenti anticipati del passato per capire meglio il presente.
Nel 1977, sindaco don Peppino de Vito, lo scioglimento si ebbe per dimissioni…dei dieci consiglieri Dc.
Nel 1985, sindaco Renaldo Altieri, lo scioglimento si ebbe sempre per dimissioni di dieci consiglieri, ma del Pci, del Psi e del dissidente Dc Santino Del Casale.
Nel 1993, sindaco Alfredo Bucciantonio, lo scioglimento si ebbe per dimissioni di quindici consiglieri (dodici della Dc e tre del Psi). Gli altri due eletti con la Dc erano passati al Ramoscello d’Ulivo.
Nel 2011, sindaco Gabriele Marchese, lo scioglimento si ebbe per mancata approvazione del bilancio di previsione.
Solo nel primo caso rivinse il partito che era già al Governo (per la verità governavano tutti insieme, perché c’era una Giunta di compromesso storico); nei successivi tre casi vinse l’Opposizione.
Nel primo caso a decidere di rivotare fu il potentissimo leader Dc, Lillino Artese (che si ricandidò lasciando la Cassa per il mezzogiorno per fare il sindaco fino al 1980, anno in cui da deputato lasciò lo scranno ad Armando Tomeo).
Nei successivi tre casi a determinare gli scioglimenti furono i dissidenti delle varie maggioranze che ci sono sempre stati. Per cui i tre di oggi non sono i primi e non saranno gli ultimi.
Tutti e quattro i predetti scioglimenti sono stati preceduti da crisi (lo precisiamo perché la Legge sull’ elezione diretta le prevede anche per casi di impedimento o morte del sindaco). Non tutte le crisi, però, hanno determinato scioglimenti.
La prima crisi ci fu con le dimissioni del sindaco Evaristo Sparvieri che fu sostituito in quattro e quattr’otto da Renaldo Altieri.
La seconda ci fu per impedimento del sindaco Altieri che fu sostituto da Renato Artese.
La terza ci fu con mozione di sfiducia e dimissioni del sindaco Arnaldo Mariotti nel ’86 che fu sostituito da Carlo Cardarella.
La quarta crisi ci fu con mozione di sfiducia e dimissioni del sindaco Carlo Cardarella nel ’88 che fu (ri)sostituito da Arnaldo Mariotti.
La quinta crisi ci fu quando Mariotti defenestrò Franco Spadano ed Aldo D’Ascenzo, ma fu una crisi pilotata, poiché alla sua chiusura Spadano (Eugenio) da sinistra passò a destra ed Antonio Boschetti da destra a sinistra.
Ci fu anche una precrisi nella prima Giunta Magnacca, allorquando i dissidenti Fabio Raspa, Filomena D’ Addario e Rino Maiale stavano per uscire allo scoperto, ma la cosa fu evitata con la elezione di Maiale nel cda del Civeta e l’ espulsione della D’ Addario con racc. a.r.
Dunque, in poco più di mezzo secolo ci sono stati una precrisi, cinque crisi “rientrate” e quattro finite male ossia con gli scioglimenti anticipati. Un sindaco se cade prima della scadenza del mandato, ovviamente, ci resta male. Oggi è comprensibile che Emanuela De Nicolis voglia arrivare al 2027 e sia giustamente preoccupata di fare una brutta figura. Questo excursus speriamo che quanto meno le faccia dire: mal comune, mezzo gaudio.
Quel che possiamo dire è che MAI nelle crisi precedenti era stata negata dignità di interlocutori ai dissidenti, come sta succedendo adesso. Facciamo un esempio che vale per tutti: quando Altieri fu eletto (in Consiglio) contro il candidato ufficiale della Dc, fu il ministro Remo Gaspari a chiamarlo e invitarlo a Roma e non permise che il neo sindaco (appena eletto coi voti dei socialcomunisti) uscisse dalla Dc. In tutte le crisi locali, i leader coalizionali si sono quanto meno seduti per discutere di nuovi organigrammi nel rispetto dei nuovi equilibri consiliari. In alcuni casi è finita bene ed in altri è finita male, ma mai nessuno aveva interpretato le nuove formazioni come ricattatrici.
Ps In questa crisi anomala (per le suddette ragioni), potrebbe essere la stessa Tiziana Magnacca, come Artese nel ’77, da potente leader politico, a voler tornare al voto. Ma Artese, da vice presidente della Regione, da segretario regionale Dc e da consigliere nazionale della Casmez, lasciò tutto, ci mise la faccio e tornò sindaco della sua Città (che allora era poco più di un paese) per diventare nel ’79 il primo “sansalvese al Parlamento italiano“.
