Fu il primo assessore donna di San Salvo e la creatrice unica della Giostra della memoria
Sono stato tra i primi a sapere della dipartita della Professoressa Angiolina Balduzzi, perché ero nel Rsa San Vitale quando il suo feretro è stato composto. Ora è nella stessa camera ardente dove si trova anche mia zia. Mi sono trovato tra le due donne appena decedute, entrambe di famiglia: mia zia facente parte della mia famiglia di sangue e Angiolina facente parte della mia più ampia famiglia sansalvese.
Angiolina la incontravo tutti i giorni per il centro di San Salvo, dove era nata, vissuta ed aveva sempre lavorato dopo la pensione da docente dell’Itc, prima coi negozi e poi con il museo antropologico La Giostra della memoria. Mi incontrava e mi diceva di darle una mano per far vivere il museo: “Tu che stai sui siti internet ed organizzi eventi dove vengono un sacco di persone, organizzami qualcosa per il mio museo. Tu che conosci i bandi pubblici, per favore, vedi come posso accedere a qualche misura di sostegno”. Questo mi diceva, Angiolina Balduzzi, ogni volta che ci incontravamo per San Salvo. Ed io qualcosa, almeno a livello mediatico, per lei l’ho fatto. Ma non perché me lo chiedeva o perché era mia amica. I video e le interviste con Angiolina e l’antropologa culturale Lia Giancristofaro (che tanto la stimava) li abbiamo fatti perché li meritava! Glielo ripetevo spesso: “Angiolina, hai fatto un’opera che resterà nella storia di questa nostra cittadina, la Giostra della memoria è un patrimonio culturale di questo territorio. Il museo è una iniziativa di notevole interesse pubblico, anche se è partito e gestito da un privato”. Si, il museo l’aveva concepito lei, riempiendolo di significativi “reperti” della storia collettiva e contemporanea partendo dalla fine della società agropastorale. E lo aveva fatto fondamentalmente perché, da questo punto di vista, era inconsciamente gramsciana ossia convinta che la Storia la fanno i personaggi illustri ed capi di Stato, mentre la storia la fanno le persone vere autentiche, povere con il proprio vissuto. E lei la storia voleva raccontare, occupandosi del vissuto popolare basato sulla cultura delle classi subalterne di cui era conoscitrice profonda, anche se non le sfuggiva il ruolo che avevano avuto e d hanno i capi della comunità, ma sempre della comunità locale. Infatti custodiva gelosamente la scrivania del gerarca fascista don Vitaliano Ciocco e la prima tonaca dell’arciprete don Cirillo Piovesan, gli abiti da sposa delle Donne moglie dei Don e gli attrezzi dei Farmacisti. Con il primo leader del secondo dopoguerra, l’onorevole democristiano Vitale Artese, aveva avuto un rapporto schietto e diretto, come prima donna assessore della Città di San Salvo. Eppure non aveva mai trascurato il lavoro e gli attrezzi da lavoro dei contadini poveri.
Pur facendo parte del ceto medio commerciale ed essendosi laureata prima delle lauree di massa, non se la “ricredeva” per niente. Parlava con tutti, anzi, lei professoressa di italiano dall’eloquio e dalla scrittura forbiti, parlava ordinariamente in dialetto, come le avevano insegnato i genitori Leone e Ndonetta (per i quali stravedeva) e come lei, a sua volta, ha insegnato ai figli Giuseppe e Valina D’ Alessandro e come avrebbe insegnato alla nipotina che quando ne parlava lo faceva con gli occhi lucidi.
Per creare La Giostra della memoria non furono, però, sufficienti le conoscenze della storiografia gramsciana e della cultura antropologica e né le sue relazioni con i potenti ed i popolani sansalvesi che le avevano donato i migliaia di reperti oggi conservati. Sono stati necessari anche investimenti privati che lei ha dovuto fare e che, ovviamente, le sono costati sacrifici personali e di famiglia. Dunque il modo migliore per onorare la memoria della Professoressa Balduzzi sarà proprio quello di aiutare la sua famiglia a mantenere al meglio il suo capolavoro personale, che – come detto – è anche patrimonio collettivo.
A Valina, Giuseppe, Giovanni, Ivo ed ai famigliari tutti le più sincere condoglianze mie personali e di Internomare
