Una città non è solo un cumulo di case. Una città è anche, anzi soprattutto, l’anima che esprime. Ciò che le arriva dalla sua storia, dalle relazioni che intessono negli anni le generazioni che VI si avvicendano. Una città è quella che è sempre stata e non solo quella negli ultimi tempi.
San Salvo non è mai stata il contado del feudatario, perché è stata il contado dell’abbazia. E l’abbate o i preti che l’hanno governata fino ai tempi moderni non hanno mai fatto abusi di potere. Quanto meno la città non li ricorda. E’ stata tra le poche che ha votato la repubblica nel ’46. Ha saputo lottare negli anni ’50 perché le terre dell’abbazia (del Bosco Motticce) andassero ai contadini poveri che li avevano coltivati da sempre. Ha saputo integrare i contadini poveri, arrivati come operai dal vastese interno, negli anni ‘60 e ’70. Negli anni ’80 del secolo scorso e negli anni ’10 di questo ha saputo invertire le rotte politiche, perché le classi dirigenti avevano esaurito le rispettive spinte propulsive. San Salvo ha rispettato i poteri, ma ha anche arginato gli strapoteri. E soprattutto ha saputo riconoscere chi usciva dalla necessaria sintonia che lega un popolo con le sue massime espressioni culturali, sociali, religiose e politiche.
Adesso San Salvo, quella vera e profonda che legge i fenomeni sociali anche facendosi opinione dai social (come ieri se li faceva all’angolo della farmacia e leggendo i tazebao), non è indifferente a ciò che le accade dentro ed intorno. E finanche a ciò che accade a 2000 chilometri da qui. Perché San Salvo, quella vera e profonda, non quella dei social network, non può vedere che bambini inermi siano fatti morire giornalmente. Né può sopportare che una nazione ne annienti un’altra “per ragioni di Stato”, perché da noi lo Stato è come il vecchio abbate che aiutava i contadini e non li sfruttava ed opprimeva.
Ho visto due parroci, nel perfetto stile della tradizione secolare della Chiesa accanto alla gente e non sopra. Ho visto un ex primo cittadino. Ho visto qualche amministratore. Ho visto i giornalisti. Ho visto uomini e donne, giovani ed anziani che hanno sfilato silenziosamente per i bambini di Gaza e contro il genocidio del popolo palestinese. Li ho visti partire dalla 167, uno dei nostri quartieri più signorili…in altre città non è proprio come qui e questo di per sé dimostra cosa siamo noi.
Li ho visti sfilare con fiaccole e bandiere e convergere là dove dovevano: sotto la Chiesa madre ed imperiosa che li guardava dall’alto, ringraziandoli per aver fatto la cosa giusta. Stavolta per i bambini della Palestina e domani per chi chiama, perché San Salvo, quella vera e profonda, risponde sempre quando dal suo interno viene lanciato un messaggio di solidarietà.
E’ stato sempre così. E così sarà sempre. La sera del 1° luglio, nell’anno del Signore 2025, accarezzati da un caldo afoso ma sopportabile, abbiamo trasportato fiaccole e bandiere, a nostra volta trasportati dal genius loci di San Salvo. Che del resto non poteva che farci arrivare là dove tutto è iniziato, nel cuore del quadrilatero medievale. Sotto la Chiesa madre, che imperiosa ci guardava dall’alto.
Orazio Di Stefano
